
di Lorenzo Dellai - presidente della Provincia autonoma di Trento
La lotta alla recessione è stato il tema dominante della Giunta di programma che abbiamo tenuto a Lagolo. I cittadini hanno il diritto di sapere se il Governo provinciale ha piena consapevolezza del momento che stiamo vivendo. E posso assicurare tutti che questa consapevolezza c'è, così come c'è stata fin dall'inizio della crisi internazionale, nel 2008.
Il messaggio che vorremmo trasmettere alla comunità, mentre ci apprestiamo a realizzare le misure che abbiamo concordato, è dunque certamente di preoccupazione, ma anche di fiducia, una fiducia che ci deriva dalla piena coscienza degli strumenti che l'Autonomia ci mette a disposizione. Autonomia e lotta alla recessione sono due facce della stessa medaglia. Perché l'Autonomia speciale del Trentino, pur così radicata nella sua storia e nella sua indentità, è una realtà che si rinnova, e in un momento di grande trasformazione quale è quello che stiamo vivendo, è proprio di questo che abbiamo bisogno. Certo, il Trentino è e rimane una terra "diversa", una terra che anche in un periodo che non esitiamo a definire drammatico un po' per tutto il mondo, ma soprattutto per l'Europa, ha saputo esprimere tassi di crescita anche del 2 per cento, che ha contenuto la disoccupazione ad un livello di poco superiore al 3 per cento ("fisiologico", cioè "normale", lo definiscono gli economisti), che ha saputo creare opportunità per tutti, tanto è vero che, ancora nel 2010, la proporzione di cittadini che ha modificato in meglio la propria condizione sociale rispetto alla famiglia di origine è stata del 74 per cento (nel 2008 era del 65 per cento, ed era comunque già un dato impressionante, considerato che in altri scenari la forbice fra chi ha di più e chi ha di meno si è progressivamente allargata).
Dobbiamo tuttavia fare di più, perché la recessione è qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo visto fino ad oggi, diverso rispetto ad una crisi che agli inizi era soprattutto di carattere finanziario. La recessione mina la stessa domanda, quindi i consumi; ha effetti sia sulle famiglie, sia sulle imprese, sia sulle finanze pubbliche - che in Trentino derivano ormai interamente dal prelievo fiscale - e quindi sui servizi sociali, in un ciclo perverso. Se vogliamo mantenere i livelli di qualità della vita a cui siamo abituati, e se possibile migliorarli, come abbiamo fatto anche recentemente (basti pensare al reddito minimo di garanzia, che ci ha proiettati direttamente in Nord Europa), dobbiamo quindi dare tutti il nostro contributo alla crescita economica, allo sviluppo.
Alla base, come dicevo, c'è l'Autonomia. Che è come un giardino, che va curato, e amato.Tutto ciò non lo si ottiene con una delibera. C'è un deficit di "appartenenza", da parte forse dei ceti dirigenti prima ancora che dei cittadini. Un deficit che va riconosciuto e affrontato, in maniera non scontata, aprendo un confronto a tutto campo.
Questo giardino va conosciuto, esplorato, da chi per molte ragioni lo sente un po' distante. Parliamo di un percorso di conoscenza che può e deve avvenire innanzitutto nella scuola, senza dimenticare l'indispensabile contributo di chi fa cultura, così come dei mass media. Anche i "nuovi trentini", circa il 10 per cento della popolazione del Trentino, possono diventare portatori dei valori dell'Autonomia, a partire da quelli dell'accoglienza, della solidarietà, della convivenza.
Infine l'Autonomia va comunicata, affinché ciò che essa rappresenta costituisca un patrimonio importante per l'intero Paese, e per l'Europa. Per questa ragione, fra le altre cose, abbiamo immaginato un percorso - battezzato provvisoriamente "Stati generali dell'Autonomia" - che deve permeare un po' tutto il 2012: nessuna forma di passerella o di autocelebrazione, ma qualcosa che deve nascere dal basso, caricandosi di tante iniziative autogestite.
Per dire cosa? Che essere autonomi non significa essere localisti, ma anzi, aperti alle alleanze e alle collaborazioni, come dimostrano gli impegni che ci stiamo assumendo e che ci assumeremo con ancora maggiore forza nell'ambito dell'Euroregione e del Gect, con la prospettiva di dare vita ad una vera e propria regIone europea del Tirolo storico. Questo ragionamento può costituire uno stimolo importante anche per altri territori, soprattutto dell'arco alpino, perché la crisi, se colpisce tutti, impoverisce ancora di più il tessuto economico e istituzionale della montagna, realtà non omologabile alle logiche delle pianure e delle grandi aree metropolitane. Ciò che possiamo proporre al confronto, ciò che possiamo portare in dote, è innanzitutto la nostra cultura dell'autogoverno. Nel quadro nazionale, insomma, la nostra esperienza non dev'essere vista come un privilegio da attaccare ma come un laboratorio per chiunque non si rassegni alla desertificazione del tessuto partecipativo e democratico del paese.
Su queste basi intendiamo sviluppare il nostro rapporto con lo Stato, dopo il recente incontro con il presidente Monti. Abbiamo deciso di avanzare una proposta coraggiosa, perché è coraggioso assumersi, specie in una congiuntura difficile, il 100 per cento dei costi sostenuti dallo Stato sul nostro territorio. Ma se riusciamo ad ottenere gli strumenti necessari per assumerci questa responsabilità e per rilanciare lo sviluppo siamo pronti a farci carico di questa prospettiva.
Il Trentino dell'Autonomia, insomma, può farcela. Dobbiamo ritrovare quella "tensione" che ha prodotto i piani varati dalla Provincia, con il concorso delle forze economiche e sociali, 3 anni fa. Di nuovo, serve il massimo coinvolgimento delle parti sociali e imprenditoriali per creare sviluppo e occupazione in tutti i settori della nostra piattaforma produttiva.
Tre le parole d'ordine, tre i percorsi da sviluppare ulteriormente, perché, anche se avviati, non hanno ancora prodotto i frutti che ci attendevamo.
In primo luogo, filiere: le nostre imprese devono unire le forze e rafforzarsi all'interno di filiere produttive, sul modello della meccatronica, mettendo assieme le capacità imprenditoriali e le competenze presenti all'interno di Università e centri di ricerca.
Poi la grande partita dell'innovazione: abbiamo investito molto in ricerca e sviluppo e anche a Lagolo abbiamo ribadito la nostra volontà di continuare su questa strada. Bisogna che questi sforzi però "contaminino" positivamente il mondo produttivo, così come quello dei servizi.
Infine, l'internazionalizzazione: anche se piccolo, il Trentino deve essere più presente sui mercati internazionali, anche in quelli più lontani, perché nella globalizzazione i concetti di vicino e lontano hanno perso importanza. E' partita recentemente la riorganizzazione di Trentino sviluppo, che comprende la fusione con Trentino Marketing. Come c'e convergenza fra le diverse discipline accademiche, fra i diversi "saperi", così ci dev'essere una sempre più forte convergenza anche per quanto riguarda gli strumenti a disposizione dei diversi settori produttivi, fra marketing turistico e promozione delle nostre imprese, ad esempio. E a questa visione non è certamente estraneo un maggiore coinvolgimento delle banche, specie quelle che sono più aperte agli scenari globali.
Tutto questo lo vogliamo sintetizzare in una battuta finale: serve, ora più che mai, un forte senso di unità e una forte "tensione" verso il raggiungimento degli obiettivi che ci siamo posti, analogamente a quanto avvenuto nel 2008-2009 con il varo della prima manovra anticrisi, pur nella diversità degli strumenti da mettere in campo (non è possibile sostenere a tempo indeterminato quel genere di sforzo). Servono inoltre unità di intenti e coesione. Non possiamo perdere tempo, non possiamo attardarci in sterili polemiche, dobbiamo fare bene e in breve tempo ciò che deve essere fatto, dimostrando ciò che una piccola comunità può fare quando dispone degli strumenti giusti e di una chiara visione di ciò che essa realmente è.